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Quarantena

Abbiamo attraversato quel cancello, chiudendolo a chiave. Lasciandoci indietro ogni dubbio e questione irrisolta, perché non importava più. Creando uno spazio in cui stare e abbandonarci alla nostra persona. Qualcosa solo di nostro, con dei confini ben delineati. Lo abbiamo chiuso. E non importava più guardarci le spalle, i passi percorsi, o consumare inutilmente aria per dare un’immagine ai nostri sentimenti che, ormai, di parole bisogno non ne avevano più. Abbiamo girato la chiave. Gettandola insieme a tutto ciò che non è più necessario nel tombino più vicino. Quasi come per liberarcene subito, disfarcene senza pensare e senza quei romanticismi che all’inizio fanno parte di un protocollo da seguire, e poi diventano solo qualcosa di superfluo e di scontato. Come uno di quegli accessori che vengono regalati a Natale, Cresima o Comunione, quando non si sa cosa altro comprare. E che dopo qualche mese o anno trovano dimora in un bidone, perché in realtà prendono solo polvere e danno fasti...

Quello che mi era stato detto

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Circa un anno fa, durante un viaggio, mio padre mi disse “Il distacco serve”. Mi ribadì lo stesso concetto un paio di mesi dopo, quando ero in procinto di partire: “Il distacco fa male, ma serve”. Non avrei mai potuto dargli tanto ragione. E’ difficile separarsi da tutti i nostri cari, dalle nostre certezze e da quello che a fatica abbiamo costruito negli anni. Ma serve. A capire tante cose. Ma il vero e proprio distacco, non è quello strettamente legato alla partenza, alla distanza o alla separazione. A volte dobbiamo crearlo noi. Dobbiamo avere un momento in cui decidiamo di prendere le distanze da tutto e da tutti, senza influenze esterne. Senza contatti. Un momento in cui spegniamo il telefono, abbassiamo lo schermo del portatile, e non ci siamo più per nessuno. Questo, è il distacco: un momento in cui dobbiamo bastare a noi stessi. In cui dobbiamo riprendere in mano le redini e domarci autonomamente. Senza dare spiegazioni e senza motivazioni particolari. Semplicemente, per qu...

Connessione

  Sono solo un ragazzo in un bar . Sono solo una persona seduta tra una fila di banchi, durante un esame. Sono solo un ragazzo che balla, in una stanza piena di gente. Sono solo un qualcuno. Un qualcuno che cammina, che corre, che girovaga in una città lontana e a cui nessuno appartiene. Avanti. Indietro. Ripercorro le stesse vie più e meno trafficate che conosco a memoria. So esattamente dove conducono. Non so chi incontro sul mio stesso cammino. Allora guardo attorno a me e cerco. Cerco un viso conosciuto, qualcuno che quantomeno somigli a te. Guardo le persone, osservo e cerco il tuo sguardo. Lo cerco in uno sconosciuto, in un individuo seduto davanti o dietro di me su un aereo. Su un pullman. Tra i passanti che scorgo dal finestrino di un taxi. Cerco uno sguardo. Istantaneo, improvviso, spontaneo. Un punto di connessione con te, ormai lontano. E quando finalmente ti avrò trovato, potrò chiudere gli occhi e andare a dormire.

To be continued

I nostri vestiti sparsi per la camera, l’aria fresca, quasi come una brezza primaverile, che accarezzava la pelle fino a farla rabbrividire. I suoi capelli. I suoi capelli spettinati che gli accarezzavano il volto e che si appoggiavano sulle palpebre nascondendo i suoi occhi color cenere, contrastanti con l’azzurro dei miei. Il mio corpo ancora avvertiva il calore del suo, come se fosse ancora appoggiato sopra di me, ma quello che mi rimandava a questa sensazione era il suo abbraccio che mi tratteneva. Potevo avvertire ancora l’odore del profumo sulla sua pelle, sul suo collo, che si mescolava con quello di sigaretta rimastomi addosso dalla sera prima. Io ero sveglio. Lui aveva chiuso gli occhi, ma non stava dormendo profondamente. La notte era stata quasi impercettibile, era trascorsa in un attimo e ora i primi albori stavano già colorando di grigio il cielo nuvoloso di quella giornata autunnale. Avevo fatto la cosa giusta? O avevo fatto quella sbagliata? Ma perché porsi il problema? ...

Un letto pieno di stelle

  Torno da solo in una casa solitaria. In una casa che mi accoglie silenziosa e attonita, che mi dà il benvenuto solo attraverso gli sguardi sorridenti delle foto di quando ero bambino e di quando quella casa per me era nuova. Mi guardo intorno e una luce soffusa è l’unica fonte di calore che riesco a percepire, in un clima insolitamente freddo per questa stagione insolitamente calda. Le stanze vuote, la cuccia del cane vuota, le porte chiuse e le finestre serrate. Vado in camera mia, mi fermo sull’uscio e comincio a notare dettagli già noti, ma non abbastanza considerati nelle giornate chiuso sui libri o con la musica nelle orecchie. Le biro sulla scrivania, i vecchi occhiali da vista a fianco a un rotolo di scoctch – lo stesso che avevo usato per ripararli – le mensole colme di libri…le mensole…i vecchi annuari del liceo. Ne prendo uno e comincio a sfogliare le pagine. Pagine riempite da foto di gruppo, da foto di classe e da foto di persone. Pagine ricoperte di scritte. Scritte ...